L'omeopatia: una pratica antiscientifica basata su teorie infondate

 


L'omeopatia è una pratica medica "alternativa" che, nonostante la sua popolarità, manca di qualsiasi fondamento scientifico. 

Nata alla fine del XVIII secolo grazie al medico tedesco Samuel Hahnemann, si basa su due principi fondamentali: la "legge dei simili" e la "diluizione estrema". Tuttavia, entrambi questi principi sono stati ampiamente smentiti dalla scienza moderna, rendendo l'omeopatia una pratica non solo inefficace, ma potenzialmente pericolosa. 

il dott. Samuel Hahnemann nel 1841

La legge dei simili sostiene che una sostanza che provoca sintomi in una persona sana possa curare gli stessi sintomi in una persona malata, se somministrata in dosi estremamente diluite. Questo concetto, però, non ha alcun riscontro nella biologia o nella chimica moderna. Inoltre, le diluizioni utilizzate nell'omeopatia sono così estreme che spesso non rimane neppure una singola molecola della sostanza originale nel prodotto finale. Ad esempio, una diluizione comune come 30C significa che la sostanza è stata diluita in un rapporto di 1 a 100, per 30 volte consecutive. Questo rende il prodotto finale praticamente indistinguibile dall'acqua pura. 


Uno degli argomenti più spesso citati dai sostenitori dell'omeopatia è la cosiddetta "memoria dell'acqua". La teoria della memoria dell'acqua è stata proposta per la prima volta negli anni '80 dal ricercatore francese Jacques Benveniste. Secondo questa teoria, l'acqua sarebbe in grado di "ricordare" le proprietà delle sostanze con cui è entrata in contatto, anche dopo che queste sono state completamente rimosse attraverso la diluizione estrema. 

Il dott. Jacques Benveniste
  

Nel 1988, Benveniste pubblicò uno studio sulla rivista Nature in cui affermava di aver dimostrato che l'acqua poteva conservare una "memoria" delle sostanze con cui era stata a contatto. 

Articolo di Jacques Benveniste

Tuttavia, lo studio fu rapidamente criticato per la mancanza di rigore scientifico e per la presenza di errori metodologici. Nature inviò un team di investigatori, tra cui il famoso cacciatore di frodi scientifiche James Randi, per replicare l'esperimento. 

Il cacciatore di frodi scientifiche James Randi

Il team scoprì che i risultati di Benveniste non erano riproducibili e che lo studio era viziato da bias e cattiva progettazione sperimentale. 

Articolo che smentisce quello di J. Benveniste

La struttura molecolare dell'acqua è estremamente dinamica e non esiste alcun meccanismo fisico o chimico noto che possa permettere all'acqua di memorizzare informazioni specifiche sulle sostanze con cui è stata a contatto. Inoltre, le diluizioni estreme utilizzate nell'omeopatia spesso non contengono neppure una singola molecola della sostanza originale, rendendo impossibile qualsiasi effetto biologico. 


La teoria della memoria dell'acqua è stata ampiamente smentita dalla comunità scientifica. Non esiste alcuna prova credibile che l'acqua possa memorizzare informazioni sulle sostanze con cui è stata in contatto. 

Numerosi studi e meta-analisi hanno dimostrato che l'omeopatia non è più efficace di un placebo. Una delle revisioni più ampie e autorevoli è stata condotta dal National Health and Medical Research Council (NHMRC) australiano nel 2015. Dopo aver esaminato oltre 1.800 studi, il NHMRC ha concluso che non ci sono prove affidabili che l'omeopatia sia efficace nel trattamento di qualsiasi condizione medica.

Anche la Cochrane Collaboration, un'organizzazione internazionale indipendente che valuta l'efficacia delle terapie mediche, ha riscontrato che non ci sono prove sufficienti per supportare l'uso dell'omeopatia in nessuna condizione clinica. 


L'OMS ha chiaramente affermato che l'omeopatia non dovrebbe essere utilizzata per trattare malattie gravi come HIV, tubercolosi o malaria, poiché non ci sono prove della sua efficacia. 

Rapporto EASAC sull'omeopatia (2017)

L'EASAC, che rappresenta le accademie scientifiche nazionali dei paesi dell'UE, ha pubblicato un rapporto nel 2017 in cui ha dichiarato che:

Non ci sono prove scientifiche affidabili che dimostrino l'efficacia dell'omeopatia per qualsiasi condizione medica.

I principi dell'omeopatia, come la memoria dell'acqua e le diluizioni estreme, sono incompatibili con le leggi fondamentali della chimica, della fisica e della biologia.

L'uso dell'omeopatia al posto di trattamenti medici basati su prove scientifiche può rappresentare un rischio per la salute pubblica.

Il rapporto ha esortato i governi e le istituzioni sanitarie a basare le proprie decisioni su prove scientifiche solide e a non promuovere l'omeopatia come alternativa alla medicina convenzionale.

Nel corso degli ultimi 50 anni sono stati condotti molti studi clinici nel tentativo di dimostrare che l’omeopatia può prevenire o curare le malattie, compreso il cancro. Per nessuno dei preparati omeopatici studiati è stato possibile dimostrare un’efficacia superiore al placebo, ovvero a un miglioramento indotto dal semplice fatto che i pazienti sono stati presi in cura e che sono stati loro prescritti dei prodotti, anche se inefficaci. L’effetto placebo è presente in ogni terapia, è noto da molto tempo e si somma, anche nel caso di farmaci convenzionali, agli effetti della sostanza attiva. Nel caso di prodotti omeopatici, non esistono sostanze attive ma la somministrazione agisce soltanto come effetto placebo. 

Oltre alla mancanza di efficacia, l'omeopatia può rappresentare un rischio per la salute pubblica. Molte persone scelgono di affidarsi a rimedi omeopatici invece di seguire trattamenti medici scientificamente validi, mettendo a rischio la propria salute. Inoltre, l'uso di prodotti omeopatici non regolamentati può portare a effetti collaterali imprevisti o interazioni pericolose con altri farmaci.

L'omeopatia è una pratica che si basa su teorie prive di qualsiasi fondamento scientifico, nonostante la sua popolarità. 

Gli studi più recenti continuano a confermare che l'omeopatia non è più efficace di un placebo e che i suoi principi non hanno alcun fondamento scientifico. La comunità scientifica internazionale è unanime nel considerare l'omeopatia una pseudoscienza, e le autorità sanitarie ne sconsigliano l'uso in favore di trattamenti basati su prove scientifiche solide. 

In conclusione, l'omeopatia non è solo inefficace, ma può anche essere dannosa. 

Soprattutto se consigliato dagli addetti ai lavori (i.e. scienziati, medici, operatori e gestori della sanità), l’uso dell’omeopatia può rappresentare un grave rischio per la salute pubblica, perché può generare disinteresse e sfiducia nella medicina basata sull’evidenza, scoraggiandone l’accesso da parte di medici e pazienti.

È essenziale affidarsi a trattamenti medici validati dalla scienza per garantire la propria salute e benessere. 


Fonti: 

National Health and Medical Research Council (NHMRC): 

https://www.nhmrc.gov.au/

Cochrane Collaboration: 

https://www.cochrane.org/es/CD005974/ARI_cuales-son-los-riesgos-y-beneficios-de-los-medicamentos-homeopaticos-administrados-por-oral-para

Nature: 

https://www.nature.com/articles/333816a0

https://www.nature.com/articles/334287a0

The Lancet: 

https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(05)67177-2/abstract

https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(05)67149-8/fulltext

PubMed: 

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21076131/

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37197896/

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37805577/

https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8915743/

BMC: 

https://systematicreviewsjournal.biomedcentral.com/articles/10.1186/s13643-017-0445-3

AIRC: 

https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/e-possibile-curare-il-cancro-con-rimedi-omeopatici

Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS: 

https://www.marionegri.it/magazine/lomeopatia-non-e-una-scienza


Chi sono i veri padroni del mondo?

Più di 774.144.371 i casi confermati nel mondo dall’OMS al 14 gennaio 2024, più di 15 milioni di morti in tutto il mondo, più di due anni di disagi, rinunce, disastri economici, polemiche, proteste, nuove teorie del complotto e ancora non è finita. 

Chi ha causato tutto questo? Chi è il responsabile? 

Chi è il potente nemico che ci vuole distruggere? 

Sauron? Voldemort? Tanos? Godzilla? 

No. 

E' tutta colpa di una microscopica macchina molecolare che chiamiamo virus, in questo caso il SarsCoV-2.  

Ricostruzione realistica di SarsCoV-2

Ma che davero? Un cosino così inerme e microscopico può causare tutto sto macello? 

Purtroppo sì. 

Noi crediamo di essere i padroni del pianeta, ma è solo una nostra illusione. Siamo decisamente gli ultimi arrivati, siamo dei novellini evolutivamente parlando. 

I virus, così come anche i batteri, ci hanno dato dure lezioni durante la nostra esistenza come specie. 

Nel corso della storia ci sono state diverse pandemie causate da questi microscopici "cosini", pensate alla famosa "influenza spagnola" del 1918 con oltre 50 milioni di morti (si stima che potrebbero essere stati 100 milioni). 

Influenza "Spagnola" 1918 

Soltanto nel XX secolo il vaiolo ha causato circa 300-500 milioni di decessi nel mondo. 

Effetti devastanti del vaiolo 

I virus sono entità biologiche non considerate esseri viventi perché da soli non sono in grado di esistere. Non hanno cellule, né organelli cellulari, né citoplasma, né un metabolismo, non si nutrono e non sono capaci di riprodursi autonomamente. Sostanzialmente i virus sono parassiti obbligati, perché senza un organismo ospite non possono fare nulla. 

Immaginate un virus come una scatoletta che contiene un bigliettino con su scritte le istruzioni su come creare altre scatolette uguali con dentro altri bigliettini di istruzioni uguali. 

Ora, se nessuno apre la scatoletta e legge il bigliettino, quel virus non potrà fare mai nulla e finirà per disgregarsi in breve tempo. 

Quando invece il virus trova un organismo ospite, ecco che la scatoletta si aggancia a una cellula e viene aperta e il bigliettino viene letto e quella cellula diventa una fabbrica di nuovi virus. 

 

Lo so, ho estremamente semplificato il processo, ma è per far capire a tutti come funziona. 

In realtà la scatoletta è fatta di proteine e si chiama capside e il bigliettino all'interno è il codice genetico, DNA o RNA, del virus in cui sono scritte le istruzioni affinché la cellula ospite possa costruire tante altre scatolette uguali. 

I virus esistono sulla Terra da oltre 3,5 miliardi di anni e hanno superato tutte le grandi estinzioni e i grandi cataclismi che hanno sconvolto il pianeta. 

Si stima che vi siano circa 10 nonilioni (10 alla 31ma potenza, ossia 1 seguito da 31 zeri) di particelle virali solamente negli oceani, il che significa 10 miliardi di volte il numero stimato di stelle nell'Universo. Senza contare tutti quelli che si trovano sulla terraferma, nelle piante, negli animali e nel sottosuolo. 

Noi umani siamo solo 8 miliardi ed esistiamo da circa 300.000 anni. 

Ma allora siamo spacciati? 

Per fortuna non è così grave la situazione. 

Di tutte le specie di virus esistenti, si stima che meno di 10.000 siano patogeni, capaci cioè di causare malattie. Di questi, circa 200 possono provocare patologie negli umani. 

Questo vuol dire che sul pianeta ci sono un'enormità di virus che non sono pericolosi per noi e che addirittura si sono rivelati utili, se non indispensabili per l'esistenza della vita. 

L'esistenza dei virus fu scoperta nel 1892 da Dmitrij Iosifovič Ivanovskij, un botanico e biologo russo. 

Dmitrij Iosifovič Ivanovskij 

Il nome virus deriva dal latino "vīrus" e significa "veleno". Questo nome fu attribuito alle nuove entità biologiche da Martinus Beijerinck, un microbiologo e botanico olandese che nel 1898 scoprì in essi la causa del mosaico del tabacco. 


Da miliardi di anni i virus esistono sulla Terra e adottano strategie per tramandare il proprio patrimonio genetico. Trovano gli ospiti capaci di resistere alla loro presenza, quelli che vengono definiti specie serbatoio, che in pratica non si ammalano quando sono invasi da un tipo di virus e così lo aiutano a "sopravvivere". 

In natura ci sono molte specie animali e vegetali che ospitano virus e ne preservano l'esistenza, ad esempio diverse specie di pipistrelli sono considerate specie serbatoio per molti virus. 

Molte specie di pipistrelli sono serbatoi naturali di diversi virus

Anche noi umani siamo portatori di virus che abitano dentro di noi e fanno parte del nostro microbiota. 

Il "viroma" umano può anche essere descritto come la totalità di tutti i virus che colonizzano il nostro corpo. 

Una ricerca del 2015 ha evidenziato che i virus appartenenti al viroma umano cambiano comportamento in relazione al microbiota umano nel quale vivono. Per questa ragione, devono quindi essere considerati parte integrante dello stesso. 

 

Insomma, i virus sono letteralmente ovunque, intorno a noi e dentro di noi, perfino nel nostro genoma. 

L'otto per cento del genoma umano è costituito da DNA virale ed è l'eredità delle infezioni dei nostri antenati nel corso di milioni di anni. 

C'è ancora qualcuno che pensa che gli umani siano i padroni del pianeta? 

Se riflettiamo su quanto abbiamo detto fino ad ora, sicuramente capiremo la necessità di ridimensionare il nostro ego e impiegare le nostre risorse mentali per imparare quanto più possibile sui meccanismi della natura e sulle meraviglie che ci circondano e di cui sappiamo, ancora, troppo poco. 

Ecco qualche libro che può aiutarti ad approfondire: 

  

   



   










Articolo su Le Scienze 

Ricerca sul viroma


Una storia raccontata diversamente

 La penicillina. 

La storia ufficiale che ci raccontano a scuola dice che il 28 settembre 1928, un medico scozzese scoprì casualmente questo antibiotico naturale. Forse non tutti sanno però che il primo ricercatore cui si deve la scoperta degli antibiotici non è in realtà lo scozzese Fleming, bensì un italiano che nel 1895 descrisse il potere battericida di alcune muffe anticipando di oltre trenta anni la scoperta della penicillina da parte di Fleming 

Micrografia elettronica a scansione di muffe Penicillium che
producono catene di spore. Fornito da David Gregory e Debbie 

Nel 1895, il medico italiano Vincenzo Tiberio fece una scoperta rivoluzionaria che, purtroppo, passò inosservata per decenni. Durante il suo soggiorno presso la casa degli zii ad Arzano, vicino Napoli, Tiberio notò che la pulizia del pozzo di casa, che rimuoveva le muffe dalle pareti, era seguita da un aumento delle infezioni intestinali tra gli abitanti. Quando le muffe ricomparivano, le infezioni diminuivano.

Muffe Penicillium su piastra di Petri


Curioso di capire il fenomeno, Tiberio iniziò a raccogliere e analizzare le muffe, scoprendo che alcune di esse, come il Penicillium glaucum, avevano proprietà antibatteriche. Dopo aver condotto esperimenti in laboratorio, riuscì a dimostrare che gli estratti di queste muffe potevano inibire la crescita dei batteri. 

Penicillium glaucum


Tiberio scriveva: "Ho voluto osservare quale azione hanno sugli schizomiceti i prodotti cellulari, solubili in acqua, di alcuni ifomiceti comunissimi: Penicillium glaucum, Mucor mucedo ed Aspergillus flavescens. Per le loro proprietà le muffe sarebbero di forte ostacolo alla vita e alla propagazione dei batteri patogeni". 

L'articolo scritto da Tiberio per la rivista italiana Annali di Igiene Sperimentale nel 1895


Nei documenti scritti da Vincenzo Tiberio sono descritte in dettaglio le condizioni di crescita delle varie muffe isolate, il metodo di estrazione acquoso delle muffe e il loro potere battericida sia in vitro sia in vivo. Viene evidenziato il potere chemiotattico degli estratti delle muffe nelle infezioni da “Bacillo del tifo” e “Vibrione del colera”, con l’utilizzo come cavie dei conigli e la tecnica delle infusioni sottocutanea e intraperitoneale. Il lavoro risulta molto meticoloso, con dettagli sperimentali e una serie di tabelle in cui riporta l’azione degli estratti sulle cavie utilizzate. 



Nonostante la portata della sua scoperta, Tiberio non ricevette il riconoscimento che meritava. Pubblicò i suoi risultati sulla rivista italiana Annali di Igiene Sperimentale nel 1895, ma la comunità scientifica dell’epoca non prestò attenzione alle sue ricerche. Solo molti anni dopo, nel 1928, Alexander Fleming riscoprì le proprietà antibatteriche del Penicillium, ottenendo il Nobel per la medicina nel 1945.

La storia di Vincenzo Tiberio è un esempio di come il contesto e la comunicazione scientifica possano influenzare il riconoscimento delle scoperte. Oggi, il suo lavoro è finalmente riconosciuto come una pietra miliare nella storia della medicina. 


fonti: 

https://www.focus.it/cultura/storia/tiberio-litaliano-che-scopri-la-penicillina-molto-prima-di-fleming

http://www.storiadellamedicina.net/vincenzo-tiberio-e-la-scoperta-della-penicillina/ 

https://www.rainews.it/tgr/molise/video/2019/06/mol-penicillina-medicina-farmaci-scienza-ricerca-456774c9-7175-4a65-b839-3317a3cfb0d2.html 




Storia di un'estinzione

 La notte del 7 settembre 1936 muore l'ultimo esemplare di tigre della Tasmania. 

Cari amici, eccomi qui con il mio giovane amico Cyno, il tilacino (Thylacinus cynocephalus) comunemente conosciuto come tigre della Tasmania o anche lupo marsupiale. 

Io e Cyno

Il fatto è che Cyno non è né un lupo né una tigre, e, pur somigliando a un cane, specialmente per quanto concernente la conformazione del cranio, 

Cranio di Tilacino
Grande apertura delle fauci 

il tilacino in quanto marsupiale è solo molto, molto lontanamente imparentato con esso. 

Reperti fossili indicano che Placentati (come il cane) e Marsupiali (come Cyno) si sono separati da un progenitore comune circa 160 milioni di anni fa. 

Articolo su Nature che indica la separazione tra marsupiali e placentati 

I parenti più prossimi di Cyno, sono il numbat (Myrmecobius fasciatus) e il diavolo di Tasmania (Sarcophilus harrisii). 

Diavolo di Tasmania 

Numbat
Linea evolutiva del Tilacino
 

Il Tilacino era un animale solitario e notturno, che si nutriva principalmente di piccoli marsupiali e uccelli. 

Ma purtroppo gli ignoranti coloni gli attribuirono la fama di ladro di bestiame, e vennero introdotte taglie per ogni capo ucciso. 

Già nel 1830 la compagnia della Terra di Van Diemen introdusse le prime ricompense, mentre fra il 1888 ed il 1909 il governo tasmaniano pose una taglia di un dollaro australiano (circa 122 euro) per ciascuna testa di adulto e dieci scellini per cucciolo, pagandone in totale 2.184, sebbene si pensi che gli animali uccisi furono ben più numerosi. 

Cacciatore con un esemplare ucciso

Alla caccia spietata a cui i tilacini venivano sottoposti si aggiungeva la competizione con i cani usati dall’uomo, l'alterazione dell’habitat, la sparizione di molte delle sue prede, anch’esse cacciate dall’uomo e da gatti, topi e cani introdotti dall'uomo, portatori di cimurro. 

L’ultima uccisione di un tilacino fu nel 1930 per mano di un bifolco, il fattore Wilf Batty che sparò all'esemplare maschio che si aggirava sui suoi terreni. 

Il bifolco Wilf Batty con il Tilacino da lui ucciso

Il tilacino si è estinto nel 1936 con la morte in cattività di Benjamin, ultimo esemplare ospite dello zoo di Hobart, in Tasmania. 


Un tilacino in cattività

Venne catturato vivo nel 1933 e tenuto in cattività all’Hobart Zoo. 

Il nome “Benjamin” venne assegnato all’animale solo nel maggio del 1968, quando il sedicente allora guardiano dello zoo Frank Darby dichiarò che lo staff era solito appellare familiarmente in tal modo l’esemplare, sebbene non esistano prove a riguardo e anzi la curatrice dello zoo all’epoca Alison Reid e il pubblicista dello stesso, Michael Sharland, abbiano sempre smentito tale affermazione e addirittura dichiarato di non ricordare Darby come membro dello staff dello zoo.

Benjamin morì il 7 settembre 1936, rimanendo chiuso fuori dal suo alloggio per la notte e quindi patendo la grande escursione termica fra il giorno e la notte. 

Paradossalmente, 59 giorni prima della morte (il 10 luglio 1936) il governo tasmaniano decretò in maniera ufficiale lo status di specie in pericolo di estinzione del tilacino.

La sua morte segna la fine della tigre della Tasmania come specie. 

Questo splendido animale è stato sterminato dall’avidità e dall'ignoranza dei coloni e dallo sconsiderato sfruttamento del suo habitat. 

Fonte principale delle informazioni


Credit video: 

https://www.youtube.com/watch?v=6gt0X-27GXM&ab_channel=NFSAFilms


Guerra alle zanzare!

 100 anni fa fu scoperta un'arma biologica che potrebbe rivoluzionare una guerra che dura da migliaia di anni e che ogni anno causa numerose vittime umane. 

Si stima che nel mondo quasi 700 milioni di persone, con oltre un milione di morti, ogni anno siano colpite da una malattia trasmessa dalle zanzare. 

Il World Mosquito Program ha iniziato a produrre zanzare che combattono le malattie in Brasile. Queste zanzare sono infettate da un ceppo batterico che impedisce loro di trasmettere patogeni e potrebbe proteggere fino a 70 milioni di persone da malattie come la dengue e la Zika. L’organizzazione no-profit produrrà fino a cinque miliardi di zanzare infette da batteri all’anno nei prossimi dieci anni. 

Il World Mosquito Program (WMP) è un'iniziativa globale che mira a ridurre la trasmissione di malattie virali come dengue, Zika, chikungunya e febbre gialla, tutte trasmesse dalle zanzare, in particolare la specie Aedes aegypti (che al momento non è presente in Italia). Questo programma si distingue per il suo approccio innovativo che utilizza il batterio Wolbachia, un microrganismo che infetta naturalmente molte specie di insetti. 

Femmina di zanzara Aedes aegypti (che al momento non è presente in Italia)

Il batterio è stato identificato 100 anni fa, nel 1924 da Marshall Hertig e S. Burt Wolbach nella zanzara comune (Culex pipiens). 

Il patologo S. Burt Wolbach

L'entomologo Marshall Hertig
 
 

Hertig lo descrisse formalmente nel 1936 dandogli il nome di Wolbachia pipientis. Tale scoperta rimase confinata in pochi ambienti, per lo scarso interesse, fino al 1971 quando Janice Yen e Ralph A. Barr della University of California a Los Angeles scoprirono che le uova di zanzara Culex venivano uccise per una particolare incompatibilità citoplasmatica quando lo sperma dei maschi proveniva da individui portatori di Wolbachia. 

Batteri Wolbachia all'interno di una cellula animale

Normalmente il batterio non infetta le zanzare Aedes aegypti. 

Il WMP introduce zanzare Aedes aegypti infettate con Wolbachia nelle popolazioni di zanzare locali. Questo batterio ha la capacità di interferire con la capacità delle zanzare di trasmettere virus agli esseri umani. Quando una zanzara infettata con Wolbachia si accoppia con una zanzara non infetta, la progenie eredita il batterio, portando gradualmente alla diffusione di Wolbachia in tutta la popolazione di zanzare locali.

L'approccio è considerato sicuro per l'ambiente e per gli esseri umani, poiché non prevede l'uso di pesticidi o modifiche genetiche.

Le zanzare infettate con Wolbachia hanno una capacità significativamente ridotta di trasmettere i virus, riducendo così l'incidenza di malattie come dengue e Zika nelle aree trattate.

Una volta stabilito nella popolazione di zanzare, Wolbachia si diffonde naturalmente senza la necessità di interventi continui.

Il programma è attivo in numerosi paesi, tra cui Australia, Brasile, Colombia, Indonesia e Vietnam, e i risultati sono stati promettenti con una significativa riduzione dei casi di dengue in molte delle aree trattate.

Nonostante il successo, il WMP deve affrontare alcune sfide, come la necessità di monitorare continuamente l'efficacia del programma, l'accettazione della comunità locale, e l'adattamento a diverse condizioni ecologiche e culturali.

Il World Mosquito Program rappresenta quindi un approccio promettente e innovativo per la lotta contro malattie trasmesse dalle zanzare, combinando la biotecnologia con un impatto ambientale minimo. 


fonti: 

World Mosquito Pgogram 

Guida ISS sulle zanzare 

Aedes aegypti e Aedes albopictus aree geografiche 

Wolbachia

Studies on Rickettsia-like microorganisms in insects



Quanto è attendibile il test di Rorschach?

Buongiorno cari amici, oggi vi racconto un'esperienza emozionante che ho vissuto.
Per curiosità, ho fatto il test di Rorschach con uno psicologo e ho scoperto una cosa sorprendente.
Ecco la conversazione:


-Io: "E quindi lei in base a questo test può dirmi molte cose sulla mia personalità?"
-Dott: "Ma certo, lei mi dica cosa vede in questa figura".


-Io: "Un pipistrello".
-Dott: "Bene. E in quest'altra?"


-Io: "Un altro pipistrello".
-Dott: "Interessante. Ora mi dica cosa vede in questa".


-Io: "Sempre un pipistrello".
-Dott: "Affascinante!"
-Io: "Dott. non mi tenga sulle spine, mi dica cosa risulta. E' grave? Cosa ha scoperto?"
-Dott: "Lei è Batman!" 🦇😂😂😂


A parte gli scherzi, volevo semplicemente parlarvi di questo famoso test, risalente al 1921, perché mi sono chiesto:
Ma quanto è attendibile il test di Rorschach?
Ed ecco la risposta tratta da un articolo di «Le Scienze».
Il test proposto negli anni venti dallo psichiatra svizzero Hermann Rorschach - nel quale si chiede ai soggetti di descrivere ciò che vedono in una serie di dieci macchie d’inchiostro - è il più popolare tra i metodi proiettivi ed è somministrato ogni anno a centinaia di migliaia, o forse milioni, di persone.
A dispetto della sua popolarità, il sistema inciampa su due importanti criteri che risultavano già problematici all'inizio: l’affidabilità nella valutazione e la validità. Uno strumento affidabile nella valutazione porta a risultati analoghi indipendentemente da chi valuta e tabula le risposte. Una tecnica è valida se misura ciò che intende misurare.
Il metodo non individua in modo costante depressione, ansia o personalità psicopatica. Inoltre, per quanto gli psicologi somministrino il Rorschach per stabilire la propensione alla violenza, all’impulsività e al comportamento criminale, le ricerche fanno ritenere che nemmeno per questi obiettivi il test sia valido.
I risultati delle nostre ricerche servono forse a contrastare un quadro delle tecniche proiettive eccessivamente roseo. I nostri risultati offrono anche una lezione più ampia per chi pratica nelle cliniche, per gli studenti di psicologia e anche per il grande pubblico: perfino i professionisti di più lunga esperienza possono essere ingannati dalle loro intuizioni e dalla loro fiducia in strumenti la cui efficacia non trova conforto nei dati.
Generalmente non è considerato un test su cui basarsi senza ulteriori approfondimenti.


link all'articolo su Le Scienze



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